TITOLO:
Kissing your Soul
AUTORE:
****Minako****
PARTE: One shot
SERIE:
Original
PAIRING:
RAITING: Deathfic, Angst
NOTE: I personaggi sono riferititi a persone realmente esistenti e perciò non
me la sono sentita di dare loro dei nomi propri inventati e tanto meno quelli
reali.
In
corsivo sono trascritte delle poesie di Emily Dickinson
DISCLAIMER: I personaggi sono tutti miei!!!
Kissing your soul
Sono
seduto sul mio letto disfatto.
La
dura parete mi sostiene la schiena.
Al
mio fianco un cumulo di lenzuola e coperte si erge silenzioso.
Mi
sento come svuotato…
Lo
stereo canticchia sommessamente mentre al mio fianco il telefono giace quasi
impietrito.
Continuo
ad attendere una chiamata che non arriverà…
Il
tiepido calore del letto mi spinge a sdraiarmi e a riposare. Ma non posso
farlo…
Io
ho visto attraverso te e le tua arroganza… tu no.
Tu
hai sempre sostenuto di conoscermi bene e di sapere tutto di me…
Ma
non è mai stato così.
Non
sei mai stato in grado di leggere ciò che io ti comunicavo coi miei gesti e le
mie parole.
Sento
una goccia scivolarmi giù per la guancia, percorrere il profilo del mento e del
collo e lasciarsi assorbire dalla maglietta.
Molte
altre gocce vorrebbero seguire lo stesso percorso, cadendo dai miei occhi
socchiusi, ma io non glielo permetto.
“It’s
such a little thing to weep-
So
short thing to sigh-
We
man and woman die!”
Nella
mia mente rivedo il tuo volto sorpreso.
Ti
rivedo con gli occhi arrossati che ti volti di scatto alla mia entrata, facendo
cadere il barattolo dello zucchero.
Mi
rivedo chinarmi per raccogliere e tradurre per te
“Piangere
è una cosa tanto piccola-
Sospirare
è una cosa tanto breve-
Ma
è di occupazioni di tal genere
Che
noi uomini e donne moriamo”
E
poi il tuo abbraccio… tanto immediato quanto sincero.
Le
tue braccio intorno al mio collo… il tuo volto sulla mia spalla.
Non
dissi niente delle cose scontate e banali che ti aspettavi… sapevo bene che
qualcuno ti faceva soffrire e non era il caso di mettere il dito nella piaga…
Ricordo
la fatica che feci per strapparti un sorriso… o almeno qualcosa che ci
somigliasse, seppur vagamente.
Riapro
gli occhi e mi vado a sedere stancamente alla scrivania.
L’occhio
mi cade sul bigliettino che mi hai mandato proprio tu.
Lo
sposto e lo copro… ore non voglio vederlo.
Eppure
questa stanza è piena di te… di segni della tua presenza, anche se tu non ci
sei mai stato.
Ho
voglia di piangere e di urlare!
Di
sfogarmi!
Ma
non so farlo…
Un
sorriso amaro mi si dipinge sul volto.
Ti
sto aspettando come tante volte prima di oggi…
Sono
sempre stato pronto ad accoglierti tra le mie braccia con un sorriso, senza mai
chiederti più di un po’ di comprensione.
E
tu ora mi neghi anche quella…
Ma
non è sempre stato così!
No!
C’è
stato un tempo in cui io e te siamo stati uniti più di ogni altro!
Ci
siamo compresi e sostenuti a vicenda, abbiamo condiviso un pezzo di vita e ci
siamo donati l’un l’altro.
Ogni
volta che lo desideravi venivo alla tua porta con il sorriso più innocente e ti
riempivo di baci e di carezze sino a che tu non prendevi l’iniziativa ed il
mio corpo diventava docile e mansueto sotto le tue mani e le tue labbra.
La
prima volta che ti ho donato tutto me stesso è stato quando ti ho confessato
che, piano piano, stavi diventando molto più di un amico per me.
Il
tuo sguardo stupito mi aveva spaventato.
Ricordo
che cercavo di scusarmi in ogni modo per le mie parole… e ti dissi che forse
era il caso che non ci vedessimo per un po’ di tempo.
Il
mio cuore si spezzava al solo pensiero si tale scelta… ma dovevo farlo per
noi, amici da così poco eppure da così tanto, dovevo farlo per te… così
forte e così debole allo stesso tempo.
Tu
ti eri alzato dalla sedie e ti eri messo d’innanzi a me, prendendomi le mani.
Mi
chiedesti “Che vuol dire? Che vuole dire tutto ciò?” ed io chiusi gli occhi
voltando il capo di lato.
Tu
ti avvicinasti maggiormente, costringendomi a guardarti negli occhi.
Tremavo…
sia per il freddo che si faceva largo nel mio cuore, sia per la paura della tua
reazione.
Così
vicini… così terribilmente vicini… di una vicinanza così angosciante…
Non
so bene cosa sia successo dopo… non sono mai stato in grado di ricostruire
cosa accadde…
Ricordo
solo le tue mani che mi colpivano con violenza mentre tu piangevi.
Lacrime
e sangue…
A
pensarci ora il nostro rapporto è sempre stato basato sulla sofferenza e sul
dolore…
Le
tue lacrime inondavano le tue gote… il mio sangue colava dal labbro e delle
varie escoriazioni.
Non
una parola tua.
Non
un urlo mio.
Un
silenzio irreale.
E
poi il tuo corpo sul mio…la tua lingua nella mia bocca sanguinante, le tue
mani sotto la mia maglietta.
Non
capivo più niente…
Le
tue mani bloccavano le mie…
Mi
lasciasti andare per un secondo e mi facesti calare i pantaloni di tessuto
leggero della tuta…
I
miei occhi quasi ciechi dal piacere…
Le
mie labbra turgide ed insanguinate…
Chissà
cosa vedesti in tutto ciò!
Non
so esattamente quando prendesti la federa del cuscino… ma so per certo che me
l’infilasti in testa con violenza, per poi iniziare a succhiare il mio sesso.
Mi
mancava il fiato per il piacere e non potevo respirare per via della federa.
Aria!
Aria!
Avevo
bisogno d’aria!
Venni
nella tua bocca e poi mi sentì svenire.
Allora
devi aver avuto paura… davvero paura…
So
che quando mi ripresi non facevi che chiedermi scusa e mi avevi medicato tutte
le ferite.
Mi
alzai sui gomiti e avvicinai i nostri volti fino a sfiorarci.
“Baciami…”
ti chiesi.
E
tu lo facesti; un bacio tanto dolce e delicato che cancellò tutto il dolore e
l’angoscia di prima.
Vieni
piano, Paradiso!
Labbra inesperte di te
timidamente
suggono i tuoi gelsomini,
come
l’ape stremata
che
giunge tardi al fiore,
ronza
intorno alla sua stanza
con
il nettare,
entra
e si perde tra i profumi.
Ci
amammo di nuovo fino a non poterne più… fino a non essere in grado di
continuare…
Sei
entrato in me…
…nel
mio corpo…
…nella
mia anima…
…ed
io non ho potuto farne a meno…
Incontri
segreti il prima possibile…
Tutte
le notti tra le tue braccia…
…
sul tuo petto…
E
poi litigi… e poi dolore… e sempre io a chinare il capo, e sempre io ad
abbattere la mia anima che insorgeva.
E
fare pace ogni volta pareva ai miei occhi più difficile.
E
fidarmi di te… non più possibile.
E
tu ti allontanavi da me… ed io dopo un po’ smisi d’inseguirti.. di
fermarti…
Il
nostro “noi” era pura formalità… in realtà da tempo non esisteva più…
E
mille lacrime amare lungo le mie guance… e mille piccole bugie tra di noi…
Non
più malintesi… non più litigi… non più noi, ci lasciavamo trasportare
dalla corrente.
Tu
mi eri sempre più indifferente… e le mie giornate, piene delle tue assenze,
passavano più veloci di un tempo…
Infine..
la scoperta…
Tu
e lui…
Un
lui che non ero io…
E
il cuore non mi faceva più nemmeno male.
Vi
vidi di persona, durante uno di quei giorni tutti uguali, mano nella mano…
sorridenti.
Voltai
i miei passi senza fare scenate e presi tutto ciò che mi apparteneva di quella
casa.
I
cd… i libri… gli abiti… lo stereo.
La
macchina fu carica in quattro e quattr’otto…
che
lo sentì battere per terra
e
farsi in mille pezzi sulle pietre
in
fondo alla mia mente.
Diedi
la colpa al fato che lo spinse
Ma
ancor di più rimproverai me stessa
D’aver
tenuto oggettini placcati
Sulla
mensola dell’argenteria.
Emily
Dickinson… ancora lei… lei che altro non è se non la melodia per cui le
corde di quell’arpa che è la mia anima, vibrano.
Spostai
lo specchietto retrovisore con indifferenza, ma solo l’arpa dentro di me
sapeva che le note che mi risuonavano in testa erano di rabbia ed amarezza.
In
un momento di pentimento provai a chiamarti… magari avevo frainteso tutto…
Ma
tu non rispondesti
Allora
ti scrissi… e quando vidi la busta candida nella casella del condominio, il
mio cuore perse un battito.
Non
concessa agli dei.
Mi
sussurrò il mio cuore sobbalzando…
…
ma poco dopo se ne pentì…
Erano
parole dure le tue… e non mi venne altro da fare che risponderti a tono!
E
così le incomprensioni crebbero a dismisura ed il solo pensare al tuo nome mi
faceva stare male ancora e ancora.
È
stato in quel momento che ho capito che se proprio dovevo fidarmi dovevo fidarmi
di qualcuno che fosse degno della mai fiducia.
E
lui era lì, il volto sorridente e gli occhi gelidi…
E
lui era lì…
Anima
e corpo…
Appoggiarmi
a lui e riprendere le redini del mio animo fu un tutt’uno.
Ero
Io a suonare la mia arpa!
Non
tu!
Io
solo!
Che
si posa sull’anima,
canta
melodie senza parole
e
non finisce mai.
La
brezza ne diffonde l’armonia,
e
solo una tempesta violentissima
potrebbe
sconcertare l’uccellino
cha
ha consolato tanti.
L’ho
ascoltato nella terra più fredda
E
sui più strani mari.
Eppure
neanche nella necessità
Ha
chiesto mai una briciola – a me.
Presto
presi a gioire con lui, a gioire di lui, che man mano mi apriva il suo cuore, e
di me, che riuscivo a leggere nei suoi gesti.
Sorrisi…
carezze… e la tristezza si allontanava da me…
E
poi tu… ancora tu…
Sapevi
di lui e di me.
E
sapevi che lui non volgeva sempre i suoi pensieri a me.
Sapevi
che lui amava un altro…
…
e fu tua premura informarmene…
E
ancora dolore suonato dalla mia arpa… una cascata alla quale non potevo
sottrarmi… non volevo sottrarmi…
MA,
al contrario di te, lui era vicino alla cascata e mi tendeva il braccio.
Dovevo
prenderlo?
Dovevo
arrendermi a soffrire ancora?
Impiegai
poco a formulare una risposta.
Giusto
un paio d’ore di lacrime e musica angosciante a tutto volume.
Poi
la mai mano corse al cellulare.
“Scusami…”
Una
sola parola per la mia reazione.
Un
solo SMS… e tutto come prima.
Avevo
perso l’amore, è vero, ma sapevo di avere ancora al mio fianco un amico
fedele e fidato.
E
anche il suo lui non era affatto male!!
Certo,
eravamo spesso in contrasto a causa della reciproca gelosia, però era
divertente e simpatico.
E
di nuovo il nostro triangolo si ampliava fino a diventare una circonferenza.
Altro
dolore, altra amarezza, e tanto, tanto astio.
Ormai
eravamo un ingranaggio molto sofisticato, bastava che uno di noi s’inceppasse
che subito tutto precipitava nel caos.
Nuovi
e vecchi amici alla mia porta, fantasticando di mondi incorrotti…
Ma
i miei occhi vedevano solo falsità e maschere ovunque.
L’amarezza
aumentava e nelle vene non più sangue ma fiele!
Ancora
lo chiamo e lo incoraggio, nauseato da me stesso che ho imparato a fingere
persino l’affetto!
Non
sono mai stato così male!
Non
siamo mai stati così male!
Non
soffrirei affatto –
Di
altre invece ogni attimo d’assenza
Mi
sembrerebbe eterno.
Sono
scarse di numero – queste ultime –
Appena
due in tutto –
Le
prime molto più di un orizzonte
Di
moscerini.
Basta!!
Non
posso più andare avanti!
Non
posso più fingere con lui! Con te! Con me!
E
mentre ancora voi vi nascondete gli uni agli altri, io tento d’indossare la
mia maschera nuda.
Dietro
i miei abiti da clown mostro tutto ciò di positivo che ancora la mia anima può
dare.
Ma
finirà presto…
…
…
…
…
Ecco…
è già finito…
Chissà
se piangerai per me.
Chissà
se soffrirai per me.
Forse
qualcosa di ciò che ci legava esiste ancora.
Oppure
per non mostrare al mondo come sei davvero fingerai un dolore che non provi.
Chissà…
Mi
piacerebbe scoprirlo… ma non sarò qui per vederlo.
Il
mio corpo è cosparso di benzina, così come questo vecchio casolare
abbandonato.
Le
pareti sono annerite da un incendio avvenuto anni fa…
Io
sto per ripetere l’accaduto.
La
fiamma brilla tra le mie dita, cade vibrando e divampa non appena tocca il
suolo.
Chiudo
gli occhi e sogno.
Sogno
di lui, il mio amico e amore, ed una musica calda mi avvolge mentre avverto
nitidamente il calore di una fiamma sulla mia pelle.
Il
fumo denso m’impedisce di vedere e mi fa lacrimare gli occhi, mentre il
cerchio di fuoco si stringe per abbracciarmi.
Il
fuoco nella mia mente trema, si affievolisce e muore, mentre mille volti
circondano il mio e mille mani mi feriscono.
Non
è il fuoco ad uccidermi, ma tutti questi volti e queste mani che mi colpiscono.
Dove
sono le braccia del mio amico e amore?
Sono
sempre state lungo i suoi fianchi, ma pronte a farmi da scudo contro gli
altri… senza mai toccarmi… neppure per affetto…
Non
le trovo.
È
inutile che io cerchi il mio amico e amore… non lo troverò…
Sento
le sirene lontane mentre il fumo mi soffoca e il mio corpo cade a terra,
divorato dalle fiamme.
Eppure
nel mio sogno quello del fuoco è un abbraccio amorevole.
THE
END
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